CASTIGLIONE DELLA PESCAIA – GROSSETO

È una strada interna, senza marciapiedi, costeggiata da tamerici e oleandri. Sono fortunata, perché facendo questa strada posso vedere molte case. Case a due piani, massimo tre, permeabili allo sguardo fin dal pianterreno: nel riquadro preciso di una tapparella, una donna in costume legge un libro, forse su una sdraio. Separata da un muro di cartongesso, nell'appartamento accanto, un'altra donna imbocca un bambino sul seggiolone. Il bambino lancia la pappa tutto intorno.
Le due donne, probabilmente, non si conoscono ma si salutano quando si incontrano sulle scale.
Palazzine da geometra, quieta euforia delle ferie d'agosto: l'Italia è a cena. Sono le otto e venti, il cielo diventa rosa e viola, rumori di posate e telegiornali escono attutiti dai balconi.
Alcuni ritardatari rincasano, con i bambini per mano e il salvagente sotto braccio. Le ciglia dei bambini sono lunghe e irrigidite, non dalle lacrime come d'inverno, ma dal sale. Il cemento è ancora tiepido e io penso che camminare scalzi  sarebbe piacevole.

Le case hanno tutte un aspetto corroso e salmastro, sarà per gli asciugamani ancora umidi, stesi a coppie dai balconi, vicino ai tricicli e ai secchielli, sarà per il vento marino che ha mangiato l'intonaco bianco degli anni 70 fino al cemento nudo.
Intorno è tutto lento.
Arrivo alla fine della strada, raggiungo la macchina che ho abusivamente posteggiato in una pineta: un incessante canto di cicale, che smettono tutte insieme, di botto, per poi ricominciare; odore di calura e aghi di pino e fette di melone.
Non ho nemmeno la multa.

 

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